Genjo Koan

Genjo Koan – " il koan realizzato"

 

Il Genjo koan è un testo importante nella produzione del maestro giapponese Dogen zenji (1200-1253). Fa parte dello Shobogenzo (Capitolo I), l’opera in 95 capitoli che viene considerata la più importante di Dogen zenji e una delle più importanti nell’ambito del Buddhismo giapponese.

La caratteristica del Genjo koan è quella di essere un testo breve, relativamente semplice che però tocca i punti più importanti dell’insegnamento del maestro. Ciò è forse dovuto al fatto che fu scritto per un discepolo laico e quindi doveva essere comprensibile ed esaustivo,cioè alla portata di una persona che non aveva grande dimestichezza con le sottigliezze della dottrina.

Queste caratteristiche resero questo testo molto popolare anche al di fuori della scuola zen Soto che fu appunto fondata da Dogen zenji, ancora oggi largamente diffusa e vitale nel Giappone moderno.

 

***

 

1. Siccome tutte le cose sono la Via illuminata, c’è l’illusione e la realizzazione, c’è la pratica e nascita e morte. Ci sono i buddha e gli esseri comuni. 

2. Siccome le innumerevoli cose sono senza un io permanente, non c’è l’illusione, non c’è la realizzazione, non ci sono buddha né esseri comuni, non c’è nascita e morte. 

3. La via del Buddha balza al di là dei molti e dell’uno, così c’è nascita e morte, illusione e realizzazione, ci sono esseri comuni e buddha. 

4. Eppure, anche se amiamo i fiori, essi cadono, anche se odiamo le erbacce, esse si diffondono. 

5. Portare te stesso in primo piano e poi sperimentare le cose, è illusione. Quando le innumerevoli cose si presentano sperimentando sè stesse, questo è risveglio. 

6. Quelli che ottengono una grande realizzazione dall’illusione sono dei buddha, quelli che ottengono una grande illusione nella realizzazione, sono esseri comuni. Inoltre ci sono quelli che continuano a realizzare oltre la realizzazione e quelli che si illudono maggiormente attraverso l’illusione. 

7. Quando i buddha sono veri buddha non necessariamente si accorgono che sono dei buddha. Nonostante ciò, essi sono dei buddha in atto, essi continuano a rendere presente il Buddha. 

8. Quando vedi le forme o senti i suoni impegnando a fondo il corpo e la mente, afferri le cose direttamente. A differenza delle cose e del loro riflesso nello specchio, a differenza della luna e del suo riflesso nell’acqua, quando una parte è illuminata, l’altra parte rimane oscura.


9. Studiare la Via vuol dire studiare te stesso. Studiare te stesso vuol dire dimenticare te stesso. Dimenticare te stesso vuol dire essere autenticato dalle infinite cose. Se sei autenticato dalle infinite cose, la tua mente e il tuo corpo così come la mente e il corpo degli altri, sono lasciati cadere. Nessuna traccia di realizzazione rimane e questa non traccia continua senza fine. 

10. Quando al principio cerchi il dharma, ti immagini che sei ben lontano dai suoi dintorni. Ma il dharma è stato già trasmesso correttamente: sei immediatamente il tuo Sè originario. Quando sei in una barca e guardi la riva, puoi avere l’impressione che la riva si stia muovendo. Ma quando porti i tuoi occhi solo sulla barca, puoi vedere che la barca si sta muovendo. Analogamente, se esamini le innumerevoli cose con corpo e mente confusi, puoi pensare che la tua mente e natura siano permanenti. Quando pratichi intimamente e ritorni a dove sei, sarà chiaro che assolutamente niente ha un sè immutabile.


11. La legna diventa cenere e non ridiventa più legna. Tuttavia non pensare che la cenere è il futuro e la legna è il passato. Devi capire che la natura della legna dimora nell’espressione della legna, la quale include passato e futuro ed è indipendente da passato e futuro. La natura della cenere dimora nell’espressione della cenere, che include in modo esauriente passato e futuro. Così come la legna non ridiventa legna quando è diventata cenere, tu non ritorni alla nascita dopo la morte. 


12. Stando così le cose, è un modo stabilito nella Via Illuminata negare che la nascita si trasformi in morte. Di conseguenza la nascita è intesa come non-nascita. E’ un insegnamento incrollabile nei discorsi del Buddha il fatto che la morte non si trasformi in nascita. Di conseguenza la morte è intesa come non-morte. 

13. La nascita è un’espressione completa in questo momento. La morte è un’espressione completa in questo momento. Sono come l’inverno e la primavera. Non chiami inverno l’inizio della primavera, né chiami estate la fine della primavera. 

14. L’illuminazione è come la luna riflessa nell’acqua. La luna non si bagna, l’acqua non si spezza. Anche se la sua luce è vasta e grande, la luna si riflette anche in una piccola pozzanghera. L’intera luna, l’intero cielo si riflettono nelle gocce di rugiada nell’erba, e anche in una sola goccia d’acqua. 

15. L’illuminazione non ti divide, così come la luna non spezza l’acqua. Non puoi intralciare l’illuminazione, così come la goccia d’acqua non intralcia la luce della luna nel cielo. 

16. La profondità della goccia è l’altezza della luna. Ogni riflesso, per quanto breve o lungo di durata, manifesta la vastità della goccia di rugiada e realizza la mancanza di confine della luna nel cielo. 

17. Quando il dharma non riempie il tuo intero corpo e mente, pensi che ti è sufficiente. Quando il dharma riempie il tuo corpo e mente, capisci che ti manca qualcosa. 

18. Per esempio, quando sei su una nave in mezzo all’oceano e la terra non è in vista, guardando nelle quattro direzioni l’oceano sembra circolare e in nessun altro modo sembra. Ma l’oceano non è rotondo né quadrato: i suoi aspetti sono di infinita varietà. E’ come un palazzo. E’ come un gioiello. Sembra circolare per quanto ne puoi vedere in quell’occasione. Tutte le cose sono così. 

19. Anche se ci sono molti aspetti nel mondo polveroso e nel mondo non condizionato, tu vedi e capisci solo ciò che il tuo occhio della pratica può raggiungere. Per poter apprendere la natura delle innumerevoli cose, devi sapere che anche se possono sembrare rotonde o quadrate, gli altri aspetti degli oceani e delle montagne sono di varietà infinita: interi mondi sono là. E’ così non soltanto intorno a te ma anche proprio sotto i tuoi piedi o in una goccia d’acqua. 

20. Un pesce nuota nell’oceano e per quanto lontano possa nuotare, non c’è un confine all’acqua. Un uccello vola nel cielo e per quanto lontano possa volare, non c’è un confine dell’aria. Tuttavia il pesce e l’uccello non hanno mai lasciato il proprio elemento. Quando la loro attività è grande, il loro campo è grande. Quando la loro necessità è piccola, il loro campo è piccolo. In questo modo ognuno di loro copre l’intera dimensione e ognuno di loro sperimenta totalmente il proprio reame. Se l’uccello abbandona l’aria, muore all’istante. Se il pesce abbandona l’acqua, muore all’istante. 

21. Devi sapere che l’acqua è vita e che l’aria è vita . L’uccello è vita e il pesce è vita. La vita deve essere uccello e la vita deve essere pesce. 

22. E’ possibile illustrare questo anche con altre analogie. La pratica, l’illuminazione, la gente sono così. 

23. Ora, se un uccello o un pesce provano a toccare il confine del proprio elemento prima di entrarci, questo uccello o questo pesce non troveranno la propria via o il proprio luogo. Quando trovi il tuo luogo là dove sei, la pratica si stabilisce, mettendo in atto l’essenza. Quando trovi la tua Via, in questo momento la pratica si stabilisce, mettendo in atto l’essenza, perchè il luogo, la Via, non è né grande né piccola, né tua né di altri. Il luogo, la Via, non continua dal passato e nemmeno sorge adesso. 

24. Di conseguenza, nella pratica-illuminazione della via dei buddha, incontrare una cosa vuol dire conoscerla a fondo: praticare vuol dire praticare completamente. Qui è il luogo, qui si stende la Via. 
Il confine della realizzazione non è distinto, perchè la realizzazione avviene contemporaneamente al padroneggiare la Via illuminata. 

25. Non pensare che ciò che realizzi diventi tua conoscenza e possa essere afferrato dalla tua coscienza. 
Anche se istantaneamente messo in atto, l’inconcepibile può non essere manifesto. Il suo manifestarsi è al di là della tua conoscenza. Il maestro zen Baoche del Monte Mayu si faceva vento con il ventaglio. 
Un monaco si avvicinò e disse: "Maestro, la natura del vento è permanente e non c’è luogo che non possa raggiungere. Perchè allora usi il ventaglio?". 

26. "Anche se capisci che la natura del vento è permanente – replicò Baoche – tu non capisci il significato del suo raggiungere ogni luogo". "Qual’è il significato del suo raggiungere ogni luogo?", chiese di nuovo il monaco. Il maestro continuò semplicemente a farsi vento con il ventaglio. Il monaco si inchinò profondamente. 

27. Mettere in atto la Via illuminata, la traccia vitale della sua corretta trasmissione, è così. Se dici che non hai bisogno di usare il ventaglio perchè la natura del vento è permanente e puoi avere il vento senza agitare il ventaglio, non capirai né la permanenza né la natura del vento. La natura del vento è permanente: proprio per questo il vento della dimora del Buddha svela l’oro della terra e rende fragrante la crema del lungo fiume.

 

Scritto nell’autunno del primo anno dell’era Tenpuku (1233) per il discepolo laico Yokoshu del Kyushu. Inserito nello Shobogenzo nel 1252.

 

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