Le virtù del Guerriero,L’esperienza della meditazione. J. Goldstein

 
              Le virtù del Guerriero. L’esperienza della meditazione

Ciò che in genere più preme alla gente è ottenere sicurezza e affermazione agli aocchi degli altri; ciò che invece più preme a un guerriero è essere impeccabile ai propri occhi. Impeccabilità significa vivere con accuratezza e totalità di attenzione.
Procedere verso la comprensione di noi stessi è la cosa più nobile che si possa fare: significa estirpare dalla mente brama, odio e illusione, stabilire dentro di noi sapienza e compassione amorosa.
– Nei libri di Carlos Castaneda, Don Juan afferma che per un uomo o una donna di conoscenza è essenziale vivere come un guerriero. L’immagine del guerriero presenta profonde assonanze con le esperienze di meditazione.
– Il libro di Siddhartha di Herman Hesse descrive in modo stupendoi la formazione di un guerriero in un contesto diverso da quello di Carlos e Don Juan. Siddhartha diceva che il suo tirocinio gli aveva conferito tre poteri: egli sapeva pensare, sapeva aspettare, sapeva digiunare.
Tre qualità mentali, tre caratteristiche di un guerriero.
– Saper pensare significa – in questo contesto – chiarezza, non essere offuscati o confusi riguardo a ciò che accade. Essere consapevoli ‘del corpo’. Chiarezza rispetto alle emozioni e non farsi catturare dai vortici della mente, mantenersi limpidi ed equilibrati attraverso il loro fluire. .
In Siddhartha il potere di pensare implica un altro aspetto: il coraggio, non farsi intrappolare dai preconcetti su come stanno le cose, il coraggio di essere ricettivi ed aperti a varie possibilità.
Era tanto aperto e coraggioso, da affrontare e accettare tutte le conseguenze di ciò che faceva e non si lasciò intimidire da anguste distinzioni di pensiero. Il potere di pensare è potere di chiarezza e coraggio – sperimentare, investigare, esplorare ciò che accade.
Nella pratica meditativa, il coraggio del guerriero è un requisito necessario fin dall’inizio e nel contempo un fattore da sviluppare ulteriormente. Ci vuole coraggio a sedere in compagnia del dolore, senza evitarlo o mascherarlo: soltanto sedere ed affrontarlo con totale apertura, faccia a faccia, superando la propria paura.
– Ci vuole un gran coraggio a lasciar andare tutto ciò cui ci siamo aggrappati per bisogno di sicurezza: lasciar andare, sperimentare il flusso dell’impermanenza. Ci vuole coraggio ad affrontare faccia a faccia la fondamentale insicurezza inerente al processo psicofisico di cui siamo composti: affrontare il fatto che, ad ogni istante, ciò che siamo si dissolve, svanisce di continuo, che non esiste assolutamente alcun punto d’appoggio, alcun luogo di sosta. Ci vuole coraggio a morire. Sperimentare la morte del concetto di sé, sperimentarla mentre siamo ancora in vita, richiede il coraggio e l’ardimento di un guerriero impeccabile.
– Siddhartha sapeva pensare, aspettare e digiunare.
Aspettare implica pazienza e silenzio. Significa non farsi spingere all’azione dai desideri. Se non siamo capaci di aspettare, ogni di desiderio che ci viene in mente ci costringerà ad agire e resteremo vincolati dalla ruota della brama. A volte saper attendere viene erroneamente scambiato per inazione, cioè far niente. Non è affatto così.
-Aspettare significa immobilità della mente in qualsiasi attività. Se siamo sempre occupati nello sforzo di spingere il corso del Dharma, non potremo avere una visione chiara, né recepire la forza e l’intendimento che scaturiscono dal silenzio, dall’interruzione del dialogo interno. Infatti, finchè dura il dialogo interno, seguitiamo a restare in una prigione di parole che ci impedisce un rapporto aperto e spontaneo col mondo – un mondo molto diverso da ciò che in nostri preconcetti ci portano ad immaginare. Interrompere il dialogo interno è l capacità di aspettare ed ascoltare.
– Siddharta ad un certo punto della sua vita, s’invischiò a tal punto nei propri desideri, da perdere completamente la capacità di udire la voce del cuore. Pieno di disperazione, si trascinò fino alla sponda di un fiume ed era sul punto di annegarsi, quando udì salire dal fiume – e dal suo cuore – il suono ‘Aum’. E stando molti anni lì presso il fiume, apprese di nuovo l’arte di ascoltare, di aspettare.
‘’’’Siddhartha ascoltava. Era ora tutt’orecchi, interamente immerso in ascolto, totalmente vuoto…
Spesso aveva già ascoltato tutto ciò, queste mille voci del fiume, ma ora tutto ciò aveva un suono nuovo. Ecco che più non riusciva a distinguere le molte voci, le allegre da quelle in pianto, le infantili da quelle virili, tutte si mescolavano insieme, lamenti di desiderio e riso del saggio, grida di collera e geiti di morenti, tutto era una sola cosa, tutto era mescolato e intrecciato, in mille modi contesto. E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mète, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita. E se Siddhartha ascoltava attentamente questo fiume, questo canto dalle mille voci, se non porgeva ascolto né al dolore né al riso, se non legava la propria anima a una di quelle voci e se non s’impersonava in essa col proprio Io, ma tutte le udiva, percepiva il Tutto, l’Unità, e allora il grande canto delle mille voci consisteva d’un’unica parola, e questa parola era Om: la perfezione (H. Hesse, Siddhartha)’’’’’
– Il terzo potere di Siddhartha era digiunare. Digiunare significa abbandonare, rinunciare, arrendersi. Significa energia, sforzo e vigore. Dalla rinuncia scaturiscono potere e levità di mente. Spesso si pensa che rinunciare alle cose – ‘digiunare’ – sia un peso e una fonte di sofferenza, senza scorgere la gioia e la semplicità di esser liberi dalla zavorra di possessi superflui e desideri incessanti.
– Non occorre alcuno sforzo sovrumano per praticare la rinuncia; ci vuole soltanto l’energia necessaria a superare l’inerzia dei vecchi schemi abitudinari. Quando viene esercitato questo sforzo, proviamo un senso di spaziosità e benessere mentale, poiché abbiamo lasciato andare gli attaccamenti.
– Digiunare significa semplicità.
Dalla semplicità di vita, dal ridimensionamento dei propri bisogni e possessi scaturiscono pace e contentezza.
– Digiunare, rinunciare. Nella vita possiamo sperimentare quest’attitudine a lasciar andare…
attraverso la pratica di abbandonare ciò che ci vincola. La rinuncia avviene a tutti i livelli, non solo nel rapporto con gli oggetti materiali o con la gente.
Scopo del digiuno è l’unità interiore.
Il ‘digiuno del cuore’ svuota le facoltà, ti libera da limitazioni e preoccupazioni: il digiuno del cuore suscita unità e libertà.
– Siddhartha sapeva pensare. Sapeva aspettare. Sapeva digiunare. Ecco le qualità di un guerriero che si sviluppano quando si giunge ad intendere la totalità di se stessi. Ecco le qualità che si risvegliano in meditazione quando sedete, quando camminate, quando siete impeccabilmente consapevoli durante tutta la giornata.
(L’esperienza della meditazione. J. Goldstein)
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